Calcoli alla cistifellea: come si formano, quali sintomi provocano e quando è necessario intervenire
Articolo tratto dall'intervista del Ptrof. Campanelli alla trasmissione Elisir - Rai 3 il giorno 03-11-2026
Si trova sotto il fegato, ha una caratteristica forma a pera e, nonostante le dimensioni ridotte, svolge un ruolo importante nella digestione. È la cistifellea, o colecisti, un piccolo organo che funziona come un serbatoio della bile, la sostanza necessaria per digerire i grassi. Proprio al suo interno possono formarsi i calcoli biliari, depositi solidi di dimensioni e composizione differenti, che in alcuni casi rimangono silenziosi per anni, mentre in altri possono provocare dolore e complicazioni anche importanti.
Ma perché si formano i calcoli alla cistifellea? Come si riconoscono e quali sono le possibilità di trattamento? A fare chiarezza è il professor Giampiero Campanelli.
Che cosa sono i calcoli biliari e perché si formano
I calcoli biliari sono formazioni solide che si sviluppano all'interno della colecisti. Possono avere forme e dimensioni molto diverse e anche una composizione differente. Alcuni sono costituiti prevalentemente da colesterolo, altri da bilirubinato di calcio. Una distinzione importante, perché dalla loro composizione dipendono anche le possibilità di trattamento: i calcoli di colesterolo, infatti, in determinate condizioni possono essere sciolti con una terapia specifica, mentre quelli di bilirubinato di calcio non rispondono a questo tipo di trattamento.
Per comprendere come si formano bisogna partire dalla funzione della cistifellea. Questo organo raccoglie e conserva la bile, una sostanza prodotta dal fegato e indispensabile per la digestione dei grassi. La sua composizione comprende diversi elementi, tra cui sali biliari e colesterolo. Quando si verificano alterazioni nell'equilibrio di queste sostanze, possono crearsi le condizioni favorevoli alla formazione dei calcoli.
Anche l'alimentazione può avere un ruolo. Una dieta ricca di grassi e colesterolo può favorire soprattutto la formazione di calcoli a base di colesterolo. Esistono inoltre persone maggiormente predisposte a sviluppare questo disturbo.
- Guarda l'intervista ad Elisir (Dal minuto 15:31) -
Chi è più a rischio: le quattro F
Tra i principali fattori di rischio viene tradizionalmente ricordata la cosiddetta regola delle quattro F: Female, Forty, Fat, Fertile. Si tratta di quattro caratteristiche che identificano una maggiore predisposizione statistica: essere donna, avere più di 40 anni, essere in sovrappeso o obese ed essere in età fertile.
Questo non significa, naturalmente, che i calcoli biliari riguardino esclusivamente queste categorie. Il problema può presentarsi anche in persone giovani e in assenza di tutti questi fattori.
I sintomi: quando i calcoli si fanno sentire
Una delle caratteristiche della calcolosi della colecisti è che può rimanere a lungo asintomatica. Non è raro, infatti, scoprire di avere dei calcoli durante un'ecografia eseguita per altri motivi.
In alcuni casi, soprattutto nelle fasi iniziali, i disturbi possono essere poco specifici: una sensazione di pesantezza dopo i pasti o una maggiore difficoltà nella digestione. Con il tempo, però, possono comparire manifestazioni più evidenti, come dolore nella parte destra dell'addome, dolore alla bocca dello stomaco, nausea e vomito.
Il dolore può anche irradiarsi verso la schiena e diventare progressivamente più intenso, fino a provocare una vera e propria colica biliare.
È interessante osservare che non sempre le dimensioni dei calcoli sono direttamente proporzionali alla gravità dei sintomi. Anche calcoli di dimensioni importanti possono rimanere silenziosi e all’interno della cistifellea; quelli più piccoli possono invece spostarsi e raggiungere le vie biliari, aumentando il rischio di problemi ben più importanti.
Come si arriva alla diagnosi
Il primo esame per individuare i calcoli della colecisti è l'ecografia addominale. Si tratta di un'indagine che permette di valutare il contenuto della cistifellea e verificare se eventuali calcoli siano rimasti al suo interno oppure siano migrati nelle vie biliari.
Quest'ultima eventualità richiede particolare attenzione, perché la presenza di calcoli nelle vie biliari può provocare complicazioni.
A seconda del quadro clinico, il medico può richiedere anche esami del sangue, per esempio per verificare i livelli di bilirubina, oppure approfondimenti diagnostici come la colangio-risonanza magnetica. Nei casi in cui sia necessario, si può ricorrere anche a procedure più invasive che consentono di raggiungere direttamente le vie biliari.
Alimentazione: non basta eliminare tutti i grassi
Quando si scopre di avere calcoli alla colecisti, una delle prime preoccupazioni riguarda l'alimentazione. Bisogna eliminare completamente i grassi? La risposta, secondo il professor Campanelli, è che la scelta migliore resta una dieta equilibrata.
Non conta soltanto la quantità di grassi assunti, ma anche il modo in cui vengono preparati e cucinati. Le diverse tecniche di cottura possono infatti influenzare la risposta dell'organismo.
Per esempio, un gelato alla crema può stimolare la contrazione della colecisti e provocare dolore in una persona che soffre di calcoli, ma questo non significa che sia necessariamente un alimento da escludere. Diverso può essere il caso dei cibi fritti: anche una frittura di verdure può risultare particolarmente difficile da tollerare.
Chi soffre di calcolosi tende spesso a riconoscere spontaneamente gli alimenti che scatenano i sintomi e ad adattare di conseguenza le proprie abitudini. Resta comunque fondamentale evitare restrizioni alimentari indiscriminate e seguire indicazioni personalizzate.
Quando è necessario intervenire
La presenza di calcoli alla colecisti non significa automaticamente dover ricorrere a un intervento chirurgico. Se l'ecografia evidenzia calcoli che non provocano alcun sintomo e non ci sono complicazioni, può non esserci indicazione all'operazione.
In alcune situazioni selezionate, soprattutto quando si tratta di calcoli di colesterolo, può essere valutata una terapia farmacologica che ne favorisca lo scioglimento. La possibilità dipende dalla composizione e dalle caratteristiche dei calcoli, che devono essere attentamente valutate dallo specialista.
Il quadro cambia quando i calcoli provocano sintomi importanti oppure migrano nelle vie biliari. Se un calcolo raggiunge questi condotti e ne ostacola il passaggio della bile, possono comparire manifestazioni come ittero, febbre e dolore intenso. La pelle e gli occhi possono assumere una colorazione giallastra e può rendersi necessario il ricovero ospedaliero. Possono arrivare a provocare conseguenze ancora più serie come la pancreatite acuta e la colangite acuta.
In questi casi, il trattamento dipende dalla posizione del calcolo e dalle condizioni del paziente. Se il calcolo è già arrivato nelle vie biliari, può essere possibile rimuoverlo direttamente da lì. Se invece il problema riguarda la colecisti, può essere necessario asportarla chirurgicamente.
Colecistectomia: si può vivere senza cistifellea?
L'intervento per rimuovere la cistifellea si chiama colecistectomia e viene generalmente eseguito con tecnica laparoscopica, attraverso piccole incisioni nell'addome.
Ma che cosa succede alla digestione dopo l'asportazione della colecisti?
La bile continua a essere prodotta dal fegato, ma non viene più raccolta e conservata nella cistifellea: passa direttamente nel duodeno, il primo tratto dell'intestino tenue, dove continua a svolgere la sua funzione nella digestione dei grassi.
L'organismo riesce quindi ad adattarsi alla nuova situazione e, dopo il recupero postoperatorio, è generalmente possibile tornare a una vita normale, senza dover mantenere le stesse restrizioni alimentari che si potevano rendere necessarie prima dell'intervento.
La colecistectomia laparoscopica è una procedura ormai consolidata, con tempi di ricovero generalmente brevi. Come sottolinea il professor Campanelli, in molti casi è sufficiente una sola notte in ospedale.
Il messaggio da ricordare è che non tutti i calcoli biliari richiedono un intervento, ma non bisogna sottovalutare i sintomi. Una diagnosi corretta, attraverso l'ecografia e gli eventuali approfondimenti necessari, permette di individuare la situazione e scegliere il trattamento più appropriato.